
A quanto pare la demagogia del cambiamento e dell’intervento mortifero della riduzione statale delle tasse ? pane quotidiano anche nelle campagne elettorali dell’Occidente oltreoceanico.
Anche con certe similitudini tipicamente italiote: da un lato il candidato anziano che propone tagli alle tasse (Mc Cain), dall’altro quello giovane che realisticamente parla di alzarle (fine delle similitudini con l’Italia: a noi resta solo la demagogia). Da sempre, secondo me, le manovre finanziarie che agiscono sulle tasse sono positive. Se aliquote assurde come quelle svedesi (che raggiungono punte del 56%, ma con un’ottima redistribuzione del reddito e delle fasce aliquotali stesse, con picchi dello 0% per redditi comparati inferiori ai 32mila ? [oddio che cazzo sto dicendo? Da quando so qualcosa di economia? NdR]) garantiscono il livello di sopravvivenza sociale che garantiscono (servizi pubblici gratuiti, ammortizzatori sociali, sussidi non da fame) allora qualcosa di valevole nella tassazione pubblica c’?. Il problema ? sempre l’evasione, ma questa ? cosa di cui non tratteremo adesso.
Concentriamoci sugli Stati Uniti e la proposta di Obama Wan Kenobi di alzare le tasse ai ricchi.
Partiamo dal presupposto che stiamo vivendo una fortissima recessione globale, le cui maggiori spese le stanno facendo proprio gli Usa. Se da un lato questa recessione riesce a tenere a freno l’inflazione che sembrava fuori controllo, dall’altra ha dimostrato quanto di debole ci fosse nel sistema neoliberista statunitense. A fronte di alcune liberalizzazioni molto positive, come nel mercato creditizio e del lavoro, si sono create economie parallele di forte intervento statale con continue iniezioni di liquidi da parte della Banca centrale. Una di queste economie era quella dei mutui, che sono collassati dapprima tramite i titoli ad alto rischio e poi per l’intera categoria. Questo ha scoperto il fianco dell’economia Usa (e volendo tenere un occhio alla geopolitica possiamo dire che ha permesso a paesi come Russia prima e Bolivia-Venezuela poi di sfidare il gigante americano sul piano delle influenze interne e dei rapporti esteri fra di loro) ed ha costretto il Governo centrale a semi-nazionalizzare dei colossi semi-privati del mutuo come Fannie Mae e Freddie Mac, nonch? banche di un certo livello come la Lehman Brothers, ed a discutere la loro libert? di accesso al capitale pubblico tramite la printing press federale. E’ facile vedere come simili vantaggi regolamentativi abbiano permesso a queste societ? di distorcere il mercato americano portandolo al collasso: il mito del neoliberismo concorrenziale ? svanito, sostituito dalle paure di un Paese che sempre pi? teme per la propria posizione nella geografia mondiale.
Questo porta ad un bivio: da un lato, se il timore prevale, il mercato rischia di chiudersi per essere ri-regolamentato addirittura col ritorno di controlli sul capitale: pi? stabilit? a scapito dell’efficienza. Dall’altro si potrebbe mettere in pratica la tesi neoliberista ed eliminare l’interventismo statale dal mercato. Non che la seconda opzione sia priva di timori, anche se per pochi: questo ridisegnerebbe tutti i rapporti di potere fra grandi societ? e politica, anche in termini di finanziamento elettorale: quale politico vorrebbe perdere un tale potere e supporto? Probabilmente solo un fervente cultore del liberismo puro, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
In tutto questo che c’entra Obama? C’entra, perch? entrambi i candidati sono chiamati a proporre soluzioni a questa recessione. Se Mc Cain si sgola a furia di gridare che abbasser? le tasse (ipotesi irrealistica e demagoga: come si fa a ridurre il gettito di un Paese in crisi? ?Come vincere le elezioni senza preoccuparsi delle conseguenze?, cap.12, par.2), Obama dice che servono pi? tasse. Ok, ci siamo. Ma dove andare a pescarle? Semplice: nel bacino pi? grosso. Quello dei ricchi. E per due motivi: il primo ? che i ricchi, in termini di voti, sono di meno, e quello di tassarli ? un provvedimento pi? ?popolare? (anche se viene da chiedersi chi ? che finanzia Obama, a ‘sto punto); il secondo ? che l’ultima crescita economica Usa (2001-2006, +17%) ? stata quasi interamente assorbita dalla fascia di popolazione ricca (il 75% della crescita ? andato nelle tasche dell’1% pi? abbiente del Paese, ridotto in percentuali) la quale risulta essere, a questo punto, quella che pu? permettersi pi? tassazione. E se spaventa lo spettro dell’evasione fiscale o dell’emigrazione dei capitali ci pensa l’aliquota (max 42%) a tenere a bada certi calori (spesso conviene pi? pagare le tasse in Usa che spostarsi). Questa fu una delle soluzioni alla Grande Depressione del 1929, e che ancora viene tanto sventolata dai politici di ogni angolo del mondo, Italia compresa: la fantomatica e rocambolesca redistribuzione del reddito.
Go on, Barack.
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