Grace

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Facciamo i conti con un mito underground degli anni Novanta.
Una storia che lo accomuna ad altri cantautori, senza modo di vivere il successo prima della morte, avvolti in una spirale maledetta, spesso immersi nei misteri pi? torbidi. Jeff Buckley ha visto, o chiss?, magari non ha fatto in tempo, il fondo del Mississippi. Niente alcool n? droga nel suo sangue. Ha voluto fare un bagno. Vestito. E’ sparito, e la rockstar l’hanno ritrovata cadavere due giorni dopo, ?portata in braccio dalla corrente?. Un soldatino dell’esercito di quelli che nella loro musica si perdono, spendono, dilaniano.
Ma Jeff Buckley non ? un Nick Drake (una produzione impressionante in pochissimo tempo, ingiustamente costellata di flop): all’attivo aveva solo un Ep (Live at Sin-E) e un disco (Grace), tra l’altro ben accolto; con Tom Verlaine stava lavorando sodo a un secondo progetto; tutte le carte erano pronte da giocare, per uscire dalla nicchia e crescere accanto ai pi? forti, senza nulla da invidiare a nessuno; in eredit? un cognome che era tutto un programma, ma di certo il ruggito di Jeff eguagliava in gloria quello del padre Tim, e forse addirittura vinceva in freschezza, in energia vitale.

Cos’? che mi fa disquisire di gente che non c’? pi?, di voci che inevitabilmente non potremo ascoltare ancora dal vivo? Guardavo i poster nella mia stanza, passavo in rassegna la mia collezione di cd: mi sono chiesta se non fossi affetta da necrofilia pura, oppure da semplice e perfida e dilagante e distruttiva intolleranza verso questi funghetti velenosi che spuntano in ogni dove, queste contemporary band che ti sparano un pezzo carin-mediocr-ascoltabile e ti si afflosciano inevitabilmente il giorno dopo.
Ma torniamo al dunque. Questo bell’energumeno di Orange County ha sfornato uno degli album pi? incantevoli mai ascoltati, ed ? un’ingiustizia vedere gente di buone orecchie che non conosce il suo nome. Chi ha mai ascoltato ?Grace? sa che ritenerlo indispensabile non ? eccessivo o folle.
In questo disco c’? tutta la vita di un ventenne, e quelle emozioni di cui gli annali di storia non ci parlano apertamente, ma che sappiamo da sempre vivere nei grandi. Intensit?, pazzia, coraggio, disperazione.
E non c’? una canzone che vince sulle altre, una one-hit-wonder per cui i discografici odierni si scannano (quale sar? di sottofondo alla prossima pubblicit? di merendine?): ed ? difficile star l? a cercare un aggettivo da incollare ad ogni pezzo, quando senti che ognuno graffia e scava da qualche parte, e ti fa venir voglia di fuggir via sulla Route 66, di sognare imbracciando una chitarra, o solo di avere una persona a cui dedicare versi tanto struggenti. L’incalzare dei riff, le distorsioni sonore appena accennate, il ruggito della voce di Jeff e i soffi delle sue poesie sono esperienze difficili da staccarsi di dosso: ? un mondo onirico e vischioso, delle vere sabbie mobili, una volta che si ? dentro.
?Grace? ? 51 minuti immersi nel Mississipi: dal sogno che ha ispirato ?Mojo pin?, all’attesa eterna lavata dall’oceano di ?Dream Brother?, in uno scorrere lento e maestoso.
E una volta finito il disco, vorresti davvero che Jeff ci fosse ancora, non foss’altro che per vederlo dal vivo, questo prodigio, veder muovere le dita sul manico della chitarra. Le stesse che scrissero queste parole, ricordando il padre: ?Ci sono persone che pensano di avere solo sei minuti da vivere, e quando pensano al futuro vedono solo una lavagna vuota. Dicono sia quella la gente che sale sul palco a fare pazzie?.

kapadepetra suggests un’intensa e disarmante lettura: “Dream Brother”, by David Browne, biografia incrociata di Jeff e Tim Buckley. Ed. Giunti, 14.50 euro.

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