“Imparate a grattarvi”

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“Andiamo Francesco. E’ ora!” ?Ehhh? arrivo, arrivo??

Di l?, oltre il back stage, c?? un concerto nella notte oltremodo autunnale (piove come le rane nel film “Magnolia”) ch?? scesa oltre le mura del palazzetto e Guccini parla ancora con i musicisti, gli amici, la band per intero, prende in giro il suo tastierista Vince Tempera e ogni tanto col calice di un bianchetto in mano e una Marlboro nell?altra, mi volge lo sguardo per farmi capire che sono ospite gradito. Bene. Tutto ? a posto.

Gli argomenti di cui parlare sono diversi. A cominciare da ?Ritratti?, l?album, forse, pi? esistenziale e struggente della sua carriera cantautorata, cd dipinto tra amori sfumati, illusioni frantumate, nostalgie di vecchie balere e di un’et? persa nella vecchiaia. O nella giovinezza? “Direi pi? nella vecchiaia, si va avanti, mica indietro, anche se quello che rimane a volte ti bagna gli occhi?. E le balere: ?Si, certo, c?andavo a cantare nel 1960. Mi esibivo in giacca di lam? e cantavo “Love swinger”, s?, ho fatto anche questo?. E beve. Francesco, affabulatore per natura, tiene quasi una conferenza dotta, si sarebbe detto un tempo, sul fattore B. Ma ne vogliamo parlare ancora? “Io direi di no? mi dice con fare deciso. Io sono d?accordissimo. Basta! Rispondo. Guccini ? uomo ingombrante, come la sua ombra che sembra fatichi a trovare una posizione precisa. Ingombrante come le sue parole, mai buttate l? per chiudere una rima o una strofa. “Ritratti ? anche un viaggio nel fluire del tempo. Vedi mia figlia – dice orgogliosamente indicandomela con l?indice destro e il sorrisone sotto i baffoni – ? la bimbetta di quattro anni che cantavo in un mio vecchio lp. Ora ? una bella donna? . Ritratti come il tempo che sminuzza i sogni nella macina della realt?, senza cancellarne il rimpianto e a volte senza capirci un tubo. ?E? tutto fottutamente complicato. Ti vedi col tuo commercialista e lui ti spiega un?addizionale che devi pagare senza neppure riuscire a capirla. Non importa, la paghi. La paghi lo stesso, perch? non ti viene chiesto di capire, ma di pagare. Il discorso ? diverso a Pavana dove sono nato. L? ho imparato due cose fondamentali: sbadigliare e grattarmi. E non ? poco in quest?assemblaggio sociale che t?annichilisce dopo averti stritolato e spremuto tutto? ciancia il sempre pi? dinoccolato Francesco. E Guccini, Pavana, prima l?ha cantata, poi l?ha scritta in un libro, fino ad erigerla a quel paese altrimenti sconosciuto a punto di memoria e riconciliazione. Sembra di sentire Cesare Pavese. “Un proprio paese – riprende – dev?esserci. Non foss?altro per il gusto di andarsene ogni tanto per poi tornarci”.

Intanto parla, parla, parla? e le evve (moscie) scivolano via come se piovesse. Intanto continuano a stressarlo: “Allora, Francesco, saranno cinquemila ad aspettarti, ti vuoi muovere? Francesco? andiamo. E? ora!?. ?Arrivo ho detto, un attimo e arrivo? che palle?. Di l? il pubblico sembra aumentare ogni nano-secondo. E? impressionante quelle bocche, anzi fauci, che urlano in coro quasi al buio: “Francesco, Francesco, Francesco…? urlano al ritmo di tamburi battenti. Guccini, si sa, non ama la fretta, ma adesso gliela impongono. Sono le 21,30 e il concerto si sta materializzando. Come sempre. Gli spettatori, come sempre, cannibali e famelici, si fanno sentire forte. Lui si ? gi? infilato la sua camicia azzurra e larga alla Cyrano e le maniche tirate su fino a met? delle braccia. Beve del bianchetto, si stropiccia la barba increspata e dura e s?accende un?altra svapora: “Arrivo, ho detto, arrivo?? sbraita al poveretto di turno che gli ricorda che entro tre minuti deve salire sulle assi chiodate. Ore 21,45. La band ? pronta. Non ci sono pi? giustificazioni per rimanere a cazzeggiare. Questa volta, l?ultima, ? Guccini a menar l?attenti: “Tutto a posto ragazzi? Bene, andiamo che ? tardi e di la mi pare che ce l?abbiano con noi?.

Si parte. Il palazzetto si spegne e, come vuole il copione, il boato dei cannibali si fa implosivamente dirompente dentro quello spazio chiuso di sudore e capelli appena le luci calano. Automaticamente l?intensit? del frastuono aumenta quando gli addetti accendono l?occhio di bue, quel neon che abbaglia e imprigiona il poeta montanaro in un diametro di un metro per un metro. Lui saluta, una lieve genuflessione alla boia di un Giuda o vagamente bohemienne, ringrazia e si mette a sedere. Tempera, Marangolo, Flaco Biondini, Manuzzi, tutti pronti silenziosamente al loro punto segnato con dello nastro isolante bianco per terra. E senza proferir parola, l?Ovation (chitarra acustica) intona la canzone d?apertura, quella dedicata all?amica che non c?? pi? e le migliaia di ragazz* ad ascoltare il loro ?babbo?, come recita un cartello di una ventenne morettina che porta sopra la testa e dice: “Francesco, vuoi diventare mio babbo?? I Ritratti sono quelli di una vita. Facce, memorie, culture, frasi, personaggi, aspirazioni, utopie. Tutto va coagulato in un autoritratto che in qualche modo possa rispecchiare i nostri tempi, le nostre individualit?, se non altro in parte, coinvolgendo nel bilancio esistenziale il passato e il presente, nella consapevolezza che il futuro non esiste, lo si pu? al massimo immaginare o progettare ma svanisce quando sta per realizzarsi: “Nulla cambia, neppure le cazzate?.

Francesco, cosa ne pensi del fatto che ti hanno invitato a San Remo? “S?, s?, lo so e la cosa mi rattrista. La sai una cosa? Chi mi ha fatto quella offerta non aveva ancora ascoltato ?Ritratti?. L?ha sentito e chiss? perch? ha cambiato idea. Poi non ? roba che fa per me. E? come se m?invitassero a Domenica In e io c?andassi. Cosa andrei a raccontare??
E cos?ha da raccontare Ritratti? “Appunto. E? il rifiuto di una parte di mondo dello spettacolo sociale o della societ? dello spettacolo, la mancanza di umilt? delle veline e dei bellocci?. Lontani i tempi ?avvelenati? e le preveggenti denunce delle ipocrisie, l?eterno studente cresciuto a castagne ed erba spagna saluta con orrore il villaggio globale, le orde d?ignoranti squittenti in tv e chi segue diete ossessive alla faccia di chi non mette insieme il pranzo con la cena. ?In questo senso ogni canzone pungola con l?animo di chi la sua parte l?ha fatta ma non riesce a tacere lo stesso. Se penso a certi miei colleghi, mi vergogno di fare questo mestiere, di appartenere alla stessa categoria”. Scusa? A chi pensi? “Non lo dir? neppure sotto tortura?.

Matteo Tassinari