Ehi tu porco levale le mani di dosso!
May 12th, 2009 - Saggiamente consigliato da Q

Penso sia diventato di dominio assolutamente pubblico, negli ultimi giorni, la notizia che l’influenza suina (o “Nuova”, o “A”, o “Ferrara”) molto probabilmente non sia il candidato adatto ad estinguerci (e di questo tema mi occuperò largamente nei giorni a venire), ma che dovremo aspettare nuove e ben peggiori ricombinazioni genetiche affinché un virus possa diventare una seria minaccia mondiale. Nel frattempo possiamo tranquillamente continuare a vedere Buona Domenica.
Fortunatamente, si dirà. Però non notate qualcosa di strano? E’ come se quel fortunatamente non lo stesse dicendo nessuno. Prima c’è stato l’innalzamento vertiginoso in pochi giorni del livello di allerta da 3 a 5 (su una scala di 6. In cui ha pesato, c’è da dire, la settimana di ritardo con la quale si sono avuti i risultati delle analisi sul ceppo del virus messicano che, in barba all’OMS, ha dovuto viaggiare fino a Winnipeg per essere analizzato), poi tutte quelle morti: centinaia di decessi, migliaia di contagiati, luoghi pubblici deserti, attività chiuse, un’economia (quella messicana) azzoppata; infine, una volta venuto a galla che la sintomatologia del virus fosse addirittura inferiore a quella della normalissima influenza stagionale (ed appurato che i morti fossero poveri, deboli e conservatori) scatta l’avviso: buoni tutti che con la suina avremo a che fare fino ad agosto.
Nel frattempo è dilagata la psicosi, più fra i media e nei media che fra la gente comune (complice, a Città del Messico, la distribuzione di mascherine-placebo ad opera dell’esercito, smosso dalla lotta al narcotraffico verso questo servizio di assistenza, per dare l’idea del padre premuroso, come ci racconta Gennaro Carotenuto in questo illuminante articolo), la quale ha percepito -a mio avviso- molto meno minacciosa questa H1N1 rispetto alla famigerata H5N1 che mandò in pappa i cervelli qualche anno fa. Ormai certe strategie funzionano sempre meno, ma purtroppo per certi versi sempre quanto basta. Cosa possa succedere in futuro a causa di questo continuo “Al lupo! Al lupo!” non ci è dato ancora saperlo, ma è una corda sicuramente già ben tesa.
I certi versi citati sopra sono quelli, non così ovvi, dell’introito farmaceutico. Dimostrato che la strategia OMS della somministrazione massiccia di cure post-diffusione non sia delle più brillanti -necessitano infatti finanziamenti sul lungo periodo per monitorare le zone potenzialmente epidemiche e pandemiche, e fornire ai governi i mezzi per collaboratore con l’Organizzazione già dalle prime fasi dell’emergenza, non rimandando tutto alle politiche sanitarie locali limitandosi al monitoraggio ed alla sempiterna tecnica dell’incrociare le dita- resta comunque il fatto che bastino un paio di decessi per rimpinguare le casse di Big Pharma.
Ora, lungi da me l’affermare che esista un complotto ai danni di noi sempliciotti per la diffusione di virus orribili e relative cure, mi limito a notare un pugno di cose -e a pensare che in un gioco di ruoli simile se non fai l’onda, fai almeno il surfista.
Ricordiamo come durante l’aviaria la Gilead Science (brevettatrice dell’aspartame, un dolcificante potenzialmente cancerogeno), a lungo presieduta dall’ex capo del Pentagono Donald Rumsfeld (ideatore del PNAC, una strategia di politica estera potenzialmente egemonica), portò a termine le ricerche di quello che sarebbe poi stato prodotto dalla Roche col nome di Tamiflu, ossia l’antibiotico “doc” per le infezioni da HnNn.
La Roche non si è tirata indietro nemmeno di fronte a questa nuova “emergenza”, ed ha raccomandato l’uso del suo Oseltamivir, mentre la Glaxo Smithkline le si è piazzata al fianco forte del suo Zanamivir.
Ma non sono solo le grandi ad essere scese in campo. Novavax e BioCryst Pharmaceuticals, due piccoli giganti farmaceutici, qualche giorno prima della comparsa dell’influenza suina hanno rilasciato comunicati riguardo i loro recenti traguardi sulle ricerche contro gli H5N1 e gli H1N1, comunicati che hanno fruttato loro un giro d’affari talmente enorme da far tirare un sospiro di sollievo riguardo i loro buchi di bilancio, rispettivamente di 36 e 24,7 milioni di dollari.
Non voglio dire che a queste società il virus abbia fatto comodo, però ha fatto loro comodo.
Ma da dove vieni questo porco con le ali?
La prima delle ipotesi girate per i media è stata quella del solito allevamento intensivo cinese (già responsabile dell’aviaria. A proposito, dove sono finite le indagini a carico di Charoen Pokphand?), ma in realtà pare -o quantomeno arriva notizia dalle agenzie messicane- che il focolaio sia presso una filiale delle Smithfield Farms (americane) presso lo stato di Veracruz.
C’è da sottolineare che questo tipo di influenza non è nuova agli Stati Uniti, dove si è passati negli ultimi anni da un volume di 53milioni di capi suini stipati presso poco più di un milione di allevamenti, a 65milioni di capi pigiati dentro circa 65mila strutture. In questi scatoloni per maiali gli animali vivono a strettissimo contatto tra di loro, sia che siano sani che malati (non sempre le malattie vengono individuate in tempo), e spesso si trovano a convivere con i loro simili già morti e, comunque, con montagne di feci dove proliferano l’Escherichia Coli e la Pfiesteria, che ha già ucciso un miliardo (sic!) di pesci presso gli estuari della Carolina.
Già, perché proprio presso lo Stato della Carolina il Pew Research Center ha scoperto, e documentato, che negli ultimi anni il virus dell’influenza suina ha compiuto diversi “balzi” evolutivi, mescolandosi sia con quello dell’aviaria che con quello dell’umana, causando stragi di animali nel 1957, nel 1968 e nel 1998, e diventando ogni anno più virulento.
Il problema sembra quindi trovarsi qui. Non in Carolina strettamente, ma più in genere negli allevamenti altamente intensivi (qualche giorno fa una donna è morta in Canada dopo aver contratto il virus presso una fattoria infestata) dove questi animali, costretti a vivere in condizioni allucinanti ed imbottiti di antibiotici (ricordate cosa ha detto l’OMS in questi giorni? Di NON assumere antibiotici se non strettamente necessario, per evitare che il virus si rafforzi. Ora, credo proprio che per gli animali sia la stessa identica cosa, c’est ne pas?) vengono “gonfiati” di cibo e steroidi per soddisfare la nostra “sete” di carne.
Per evitare la catastrofe si rende obbligatorio un ripensamento della nostra alimentazione (potremmo essere tutti vegetariani e vivere meglio di quanto non facciamo ora, ad esempio) e delle condizioni con cui conviviamo con i nostri coinquilini. Questo è un problema etico e morale, ancor prima che alimentare.
A questo proposito segnalo il bellissimo documentario di Shaun Monson “Earthlings” (qui sottotitolato in italiano) sulle condizioni dei nostri animali da compagnia, da alimentazione, da…ricerca (il documentario contiene immagini molto forti, che potrebbero turbare la vostra sensibilità. Non è uno scherzo) ed i cortometraggi di “The Meatrix”, progetto di denuncia e sensibilizzazione in chiave fantascientifica di quel che accade negli allevamenti intensivi e nei nostri fast food.
Guardateli entrambi attentamente. Poi, davanti alla prossima bistecca, almeno dite grazie.
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